Appunti di Scena

M****, M****, M****!!!

 

Si dice che Pavarotti si facesse portare in camerino quattro frac identici (anche se poi usava sempre lo stesso) e che Colin Farrell usi per tutta la durata delle riprese le stesse mutande “fortunate” del primo giorno di set. Sembreranno stramberie da VIP, ma resta vera una cosa: prima di andare in scena, ogni artista, cantante o attore che sia, ha i propri personalissimi riti scaramantici, da condividere o tenere assolutamente per sé. Dal portare in camerino pupazzetti o vestiti particolari, al mangiare determinati cibi, dal rosario in tasca al cornetto stretto prima di sedersi in quinta, ogni espediente vale per placare l’agitazione che tocca tutti, anche i più navigati, prima della performance.

Mettendo un attimo da parte le fissazioni personali, quali sono le scaramanzie più comuni, le cose da fare o da non fare, prima di andare in scena? Scopriamolo insieme!

Partiamo dalle basi: MAI VESTIRSI DI VIOLA! Per capire il motivo, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo: il viola è il colore della Quaresima e per i 40 giorni che precedono la Pasqua i teatri avevano l’obbligo di rimanere chiusi, per rispettare l’invito alla morigeratezza e alla penitenza che la Chiesa rivolgeva ai suoi fedeli. Un vero disastro per gli attori, i cui guadagni erano unicamente dipendenti dall’affluenza di pubblico agli spettacoli.

Attenzione, però: questo vale solo in Italia! In Francia, il colore da evitare è il verde, perché così era il vestito di Molière nell’infausta replica del 17 febbraio 1673, che lo vide morire in scena per un attacco di tubercolosi.

In Spagna, invece, è il giallo, perché questa è la tinta dell’interno del mantello dei toreri, l’ultima cosa che vedono (quale triste pensiero!) prima di morire, se hanno la sventurata sorte di avere la peggio contro il toro. Mentre in Inghilterra il colore da evitare è il blu: tingere i tessuti di questo colore era estremamente costoso, ma spesso le compagnie si indebitavano pur di avere abiti di scena di ottima fattura e, se la spesa non era poi bilanciata dagli introiti, erano costrette a chiuder bottega!

Procediamo: MAI FISCHIARE IN TEATRO! I macchinisti erano soliti comunicare a fischi, di altezza e durata diversa, un vero e proprio codice morse per scambiarsi rapidi segnali e comandi da una quinta all’altra. Il più comune era quello per far calare o issare le scene, che il più delle volte erano tenute sospese o ancorate a terra con contrappesi. Il fischio, nello specifico, era il segnale di via libera per sganciare il contrappeso, facendolo cadere a terra o, nella peggiore delle ipotesi (e da qui la scaramanzia), sulla testa dei più sprovveduti.

Piccola stramberia: SE CADE A TERRA IL COPIONE, SBATTERLO PER TERRA TRE VOLTE. Oppure, sedercisi sopra, se siete in Russia. La caduta del copione simboleggia la spaventosa “caduta” dello spettacolo, da sventare assolutamente con i tre sbatacchi per terra. Attenzione però: a scacciare il malocchio può essere solo e soltanto colui o colei che ha fatto cadere i sacri fogli!

VIETATO SBIRCIARE DAL SIPARIO. Questo niente ha a che fare con la scaramanzia, in realtà, ma col regolamento di palcoscenico: se gli attori venivano colti in flagrante dal direttore di palco venivano aspramente rimproverati e, nel peggiore dei casi, dovevano pagare una multa. Non si doveva svelare nulla della scenografia, dei costumi, del mondo fantastico che si spalancava una volta alzato il sipario prima del tempo, ma inutile dire che la curiosità è dura a morire, soprattutto se preme controllare che una qualche autorità (politica o teatrale) sia presente in platea. Per questo esisteva il discreto “buco del sipario”, un foro vero e proprio, grande quanto una moneta, che, nascosto tra le pieghe del sipario e camuffato nella trama dei ricami e dei dipinti che spesso lo adornavano, fungeva a soddisfare le curiosità e le voglie di attori e capocomici.

Per finire, il più famoso e universale di tutti: prima di andare in scena, dire a gran voce MERDA MERDA MERDA!

Il motivo? I più curiosi e amanti del teatro lo sapranno già: l’origine è da cercare indietro nel tempo, quando a teatro ci si recava in carrozza. Le carrozze, non serve dirlo, erano trainate da cavalli e i cavalli, nell’attesa che lo spettacolo finisse.. davano il meglio di sé!

Avere tanta merda davanti al teatro significava ci fossero tanti cavalli, e quindi tante carrozze. Tante carrozze significavano tanto pubblico, e tanto pubblico, per una compagnia che viveva degli introiti dello sbigliettamento, significava una sola cosa: tanti soldi.

Nonostante di carrozze e cavalli non se ne vedano più molte in giro, l’abitudine è rimasta: se incrociate amici o parenti pronti ad andare in scena, dunque, non azzardatevi ad augurar loro “buona fortuna” o, ancora peggio “Auguri”, ma senza timori ripetete le magiche parole, accompagnandole anche, se la natura del vostro rapporto lo consente, con una bella pacca sulle terga. Così fanno quegli scapestrati degli attori, garantisco io! Per i più pudici e morigerati, c’è poi il sempreverde “in bocca al lupo”: la risposta, però, può variare da un gentile “Grazie” a un apparentemente crudele “Crepi”. Il motivo? Questa è un’altra storia..

 


Appunti di Scena

 

Ci siamo, le luci in sala si spengono, la platea si ammutolisce, quasi trattiene il fiato. Si accendono le luci sul palco, il sipario si apre come in una danza fluttuante e svela la scena: lo spettacolo ha inizio. 

Ma cosa è successo prima di questo momento che rimane sospeso nell’aria? 

Qual è il percorso che ha portato un gruppo di persone a trasformarsi, a cambiare identità e a presentarsi al pubblico con un altro nome? 

E cosa è accaduto dietro le quinte nei mesi che hanno preceduto il grande debutto, chi sono le tante persone che rimangono fuori dalla scena, ma senza le quali nulla sarebbe possibile?

Nasce così Appunti di Scena, con il desiderio di aprire il sipario su tutto ciò che accade prima di uno spettacolo, sulle persone che da un’idea e un copione realizzano un nuovo mondo, sui personaggi che vanno in scena e quelli che la scena la costruiscono.

Ripercorreremo insieme le tappe della storia del teatro, rispondendo a tante curiosità e falsi miti, e raccontandovi le vicissitudini che hanno reso il teatro la favolosa realtà che conosciamo al giorno d’oggi. Il tutto condito dalla viva rassegna del Teatro Sant’Andrea, per invitarvi sul palco con noi e raccontarvi la nostra passione più grande, che da generazioni anima la Compagnia del Teatro.

 

Dal 1913 il Teatro Sant’Andrea è infatti uno dei simboli della comunità di Porta Romana a Milano: fu fondato da Don Luigi Pessina come “compagnia dell’oratorio”, che metteva in scena ogni settimana sketch domenicali, divenuti poi appuntamento fisso di ritrovo per tutto il quartiere.

Da allora la compagnia ha dato vita a molti testi in dialetto milanese, continuando la tradizione nata agli inizi dell’Ottocento in molti edifici religiosi abbandonati sparsi nel centro città.

Fino al 1867, anno in cui la capitale d’Italia fu spostata da Torino a Firenze. Le città di Torino e Milano, con una sana dose di ottimismo, già si prefiguravano un declino irrefrenabile e la reazione di Milano, con il suo tipico spirito molto umile, fu di inventarsi come consolazione il termine tuttora in auge di “Capitale morale”.

A questo clima di tensione si aggiunsero alcuni intellettuali intenzionati a bandire il dialetto milanese dal teatro e dalla vita. Contro di loro si schierarono i sostenitori del dialetto come fulcro dell’identità storica dei lombardi che, per rilanciare il dialetto meneghino, proposero la nascita di una nuova letteratura teatrale in milanese.

Con questo spirito nel 1869 nacque un teatro dialettale che utilizzava testi originali e non, ovvero rifacimenti di opere in lingua, italiane e straniere: è l’inizio del Teatro Milanese.

 

A rendere omaggio alla tradizione del Teatro Sant’Andrea torna dunque sul nostro palcoscenico dopo una lunga pausa la commedia milanese, che con lo spettacolo “Ah! ‘Sti Donn!” apre la stagione teatrale 2019/2020.

La commedia ci trasporta indietro nel tempo fino agli anni ’70, all’interno di casa Morelli, dove i coniugi Anna e Giulio attendono il ritorno dal viaggio di nozze del loro figlio Ugo e della novella sposa, Elena. Non appena i due varcano la soglia di casa, si percepisce però una strana tensione. Si sa, infatti, che la vita matrimoniale va costruita giorno dopo giorno, con pazienza e fiducia reciproca, alla ricerca di un equilibrio costante… se a far traballare la fresca unione dei giovani sposini è stato un piccolo ma fastidioso equivoco, una domanda ben più impegnativa assilla i coniugi più maturi: è bene che la donna si dedichi unicamente alla cura della propria famiglia oppure che si ritagli anche del tempo per un’occupazione lavorativa?

A questi già validi ingredienti, aggiungete una coppia di suoceri fieramente orgogliosi della figlia, una cameriera maliziosa, due zelanti datori di lavoro e una pragmatica donna in procinto di sposarsi e otterrete una brillante commedia dialettale, che non mancherà di suscitare anche qualche riflessione sulla vita famigliare.